Tradizioni di na vot

Tradizioni di na vot Sapete quale sarebbe l’elisir per una lunga, anzi lunghissima esistenza? Si chiama sdijuno, da secoli il pranzo di metà mattinata dei contadini abruzzesi.

Per loro è il pasto portante dell’intera giornata. Parleremo di ricette e di tradizioni abruzzesi.

Lavaggio panni: fiume e lavatoioIn Abruzzo, il lavaggio panni alla fonte è una tradizione storica radicata, con lavatoi ...
16/06/2026

Lavaggio panni: fiume e lavatoio
In Abruzzo, il lavaggio panni alla fonte è una tradizione storica radicata, con lavatoi pubblici in pietra ancora visibili in molti borghi. Si andava o al fiume o nei caratteristici lavatoi.
Il lavaggio dei panni al fiume, pratica comune fino agli anni '50-'60, era un lavoro faticoso e prevalentemente femminile, basato su strofinamento, sapone artigianale (spesso a base di grassi e cenere o "liscivia") e l'uso di pietre piatte e lisce come lavatoi naturali. Le donne si recavano al fiume in gruppo, rendendo questo momento di duro lavoro manuale un’importante occasione di socializzazione, scambio e canto. I panni venivano insaponati, strofinati energicamente e sbattuti su rocce o assi di legno o tavolette. Si usavano bacinelle di metallo o ceste (bagnere) trasportate sulla testa, sapone di Marsiglia o fatto in casa, e a volte cenere (liscivia) per sbiancare. Le zone scelte erano solitamente caratterizzate da acqua corrente, pulita e con pietre levigate adatte al lavaggio. Lavare al fiume era un rito collettivo che alleviava la fatica, permettendo alle donne di cantare, chiacchierare e scambiarsi storie. Al termine del lavaggio, i panni venivano stesi ad asciugare al sole sui prati o sui cespugli circostanti.
Per biancheria molto sporca si usava il ranno, una miscela di acqua bollente e cenere di legna, che agiva da sbiancante e igienizzante. Il lavatoio solitamente era composto da tre vasche: una per il lavaggio intenso, una per il primo risciacquo e una, con acqua più pulita e corrente, per il risciacquo finale. Oggi, i lavatoi rimangono un simbolo storico di unione e tradizione rurale, talvolta ancora utilizzati in alcune zone per lavaggi specifici grazie all'acqua pura e all'uso di saponi naturali.

La Presentosa è il gioiello simbolo dell'Abruzzo, un medaglione a forma di stella realizzato solitamente in filigrana d'...
13/06/2026

La Presentosa è il gioiello simbolo dell'Abruzzo, un medaglione a forma di stella realizzato solitamente in filigrana d'oro o d'argento. La sua origine risale probabilmente al XVIII secolo, ma deve la sua fama nazionale a Gabriele D'Annunzio, che la descrisse poeticamente nel romanzo "Il trionfo della morte" come una grande stella con due cuori al centro. Il nome deriva dal termine dialettale "presente" (dono). Tradizionalmente, il numero di cuori al centro del gioiello comunicava lo stato sentimentale della donna che lo indossava:
Un solo cuore: Indicava che la fanciulla era nubile e "disponibile" al corteggiamento; spesso veniva regalata dai genitori.
Due cuori: Simboleggiava il fidanzamento. Veniva donata dalla futura suocera come promessa d'amore e di una vita insieme.
Due cuori con una luna: Un augurio di fertilità per la nuova coppia.
Altre varianti: Esistono versioni con una colomba (regalo per la Prima Comunione) o con una nave (augurio per una nuova vita felice dopo il matrimonio).
La Presentosa è frutto dell'eccellenza orafa locale, caratterizzata da una lavorazione minuziosa a filigrana che crea volute, riccioli e spiralette. È possibile scoprire ed acquistare pezzi autentici presso storiche botteghe di maestri orafi.
I principali centri di produzione storica che mantengono viva questa tradizione includono:
• Guardiagrele (spesso considerata la culla del gioiello)
• Pescocostanzo
• Scanno
• Sulmona

Il matrimonio tradizionale in Abruzzo è ricco di rituali antichi, legati a consuetudini contadine e alla famiglia, con u...
12/06/2026

Il matrimonio tradizionale in Abruzzo è ricco di rituali antichi, legati a consuetudini contadine e alla famiglia, con un focus su banchetti abbondanti e simboli portafortuna. Tra le tradizioni più sentite figurano l'esposizione del corredo, i confetti di Sulmona, la "pizza doce" e il ruolo centrale della famiglia. Anticamente ci si sposava "a vino schiarito", ossia nei mesi di aprile, settembre e dicembre, evitando il mese di novembre (mese dei defunti). Il giovane innamorato spesso esponeva un ceppo ornato di nastri o un ramo di ciliegio davanti alla porta dell'amata; se tirato in casa, la ragazza accettava la corte. In seguito, durante la visita ufficiale, venivano definiti gli accordi economici e il corredo veniva esposto, con il primo dono prezioso (orecchini o ciondolo) alla sposa.
Il dolce nuziale tradizionale, preparato spesso il giorno prima, consistente in pan di Spagna bagnato con alchermes e rum, farcito con crema pasticcera e al cioccolato. E poi c’era la festa nuziale: una festa che coinvolgeva l'intera comunità, con piatti tipici come la "pasta alla mugnaia" o gli "anellini alla pecorara". Tradizionalmente la sposa veniva accolta nella casa dei suoceri, dove la suocera lanciava confetti e soldi come segno di benvenuto e abbondanza. Oggi, molte di queste usanze sono state rivisitate, ma il legame con la cucina tipica e la grande festa conviviale rimane un pilastro del matrimonio in Abruzzo.

La vendemmia tradizionale in Abruzzo è un rito collettivo che trasforma le colline tra la fine di agosto e ottobre, coin...
10/06/2026

La vendemmia tradizionale in Abruzzo è un rito collettivo che trasforma le colline tra la fine di agosto e ottobre, coinvolgendo famiglie e comunità. Caratterizzata dalla raccolta manuale, in particolare sulla tipica pergola abruzzese, celebra vitigni come il Montepulciano, il Trebbiano, il Pecorino e la Passerina, unendo il lavoro nei campi a momenti di festa e condivisione.
Inizia a fine agosto con le uve bianche (Pinot, Chardonnay, Pecorino), prosegue a settembre con Trebbiano e varietà rosse, per culminare tra fine settembre e metà ottobre con la raccolta del Montepulciano d'Abruzzo. La raccolta è prevalentemente manuale, specialmente nei vigneti a pergola abruzzese, sistema che permette di proteggere i grappoli e selezionarli accuratamente. Storicamente, la vendemmia era un lavoro comunitario per la mutua assistenza tra famiglie, spesso accompagnato da canti e preghiere. Oltre al vino, l'uva dà vita al mosto cotto, alla "scrucchiata" (marmellata di uva Montepulciano) e a dolci tipici.

In Abruzzo ci sono tante varietà di olive:LECCINO: varietà coltivata diffusamente, assai rustica e produttiva. La sua di...
08/06/2026

In Abruzzo ci sono tante varietà di olive:
LECCINO: varietà coltivata diffusamente, assai rustica e produttiva. La sua diffusione predilige l’area collinare litoranea e i terreni fertili e profondi. È interessante anche a scopo ornamentale per il bel fogliame e la folta chioma. Epoca di maturazione precoce e contemporanea, media la resa in olio.
DRITTA: varietà tipica della provincia di Pescara ma la sua coltivazione si è estesa fino a raggiungere i territori pedemontani posti tra la Majella e il Gran Sasso. È caratterizzata da una costante produttività e una buona resa in olio. La messa a frutto è particolarmente rapida, i frutti di grandi dimensioni e la loro maturazione precoce. L’olio ha una buona resa in caratteristiche organolettiche ed è particolarmente fruttato.
TOCCOLANO: varietà interessante per l’elevata resa in olio (23%). Epoca di maturazione tardiva, l’olio è mediamente fruttato.
GENTILE: varietà apprezzata per la produttività e resistenza al freddo. Epoca di maturazione medio – tardiva, scalare, con buona resa in olio di buone caratteristiche organolettiche, mediamente fruttato.
INTOSSO: sebbene abbia modeste caratteristiche merceologiche come oliva da tavola, si rivela importante per la resistenza al freddo e la rapidità di messa a frutto. Epoca di maturazione precoce, resa media in olio ma con elevate caratteristiche organolettiche e fruttato.
NEBBIO: varietà particolarmente adatta alle condizioni climatiche del litorale. Epoca di maturazione media, elevata resa in olio (22%), di medie caratteristiche organolettiche.
CUCCO: presente nei vecchi oliveti della collina litoranea. I suoi frutti sono mediamente grossi e lavorati come olive da tavola nera. La diffusione è stata fermata dalla sensibilità all’alternanza di produzione e dalla cascola preraccolta. Precoce e scalare l’epoca di maturazione, media la resa in olio.
TORTIGLIONE: antica varietà olivicola diffusa nel territorio di Teramo e in parte a Pescara. Il nome tortiglione nasce dal suo caratteristico tronco tortile destrorso. È una varietà molto legata alla tradizione della raccolta manuale ed è riconosciuta come alternante e di resa media in olio a frutto piccolo e a maturazione contemporanea. L’olio è limpido e di colore verde, molto ricco di polifenoli, sostanze antiossidanti, la cui abbondanza ne determina il gusto caratteristico amaro e piccante
CASTIGLIONESE: varietà a diffusione limitata, di buona ma bassa resa in olio. Epoca media di maturazione delle olive con ottime caratteristiche organolettiche.
CARBONCELLA: coltivarlo è sempre più raro sia per la lenta crescita dell’albero, che impiega tantissimi anni prima di andare in produzione, sia per la difficoltà della raccolta, che può essere fatta solo manualmente. L’olio ricavato da questa varietà ha un sapore antico di frutto molto intenso con un retrogusto di mandorla amara. Ha buon fruttato armonico, amaro e pungente, di colore verde intenso, con elevato contenuto in polifenoli e clorofille.

La raccolta tradizionale delle olive in Abruzzo è un rito autunnale (ottobre-dicembre) che unisce le famiglie, spesso coinvolgendo più generazioni nella brucatura a mano o con rastrelli. Tra uliveti secolari, si stendono le reti e si raccolgono i frutti, culminando con la produzione di olio extravergine (EVO) e momenti di convivialità come lo «Sdjune». Solitamente tra fine ottobre e inizio dicembre, talvolta anticipato a ottobre per preservare la qualità dell'olio. La brucatura (a mano) e la bacchiatura (con pertiche) sono i metodi classici usati per preservare l'integrità del frutto. Reti stese sotto gli alberi, rastrelli, cassette per il trasporto e scale per raggiungere i rami più alti. Era ed è rimasto un momento di convivialità, canti popolari contadini dell'entroterra ("a cojë la livë") e pausa pranzo/merenda tra gli ulivi, nota come sdjune.

In Abruzzo, la preparazione delle bottiglie di pomodoro fatte in casa, spesso chiamate le buttije o li pizzitt, è un rit...
06/06/2026

In Abruzzo, la preparazione delle bottiglie di pomodoro fatte in casa, spesso chiamate le buttije o li pizzitt, è un rito estivo comunitario e familiare di agosto, fondamentale per scorte invernali genuine. In Abruzzo è uno dei riti tramandati dalla tradizione contadina che riunisce famiglie numerose e allargate, vicini di casa e conoscenti, in un momento di lavoro, ma anche di convivialità. Si tratta dalla preparazione delle conserve di pomodoro, la salsa pronta per diventare poi, durante l’inverno, sugo da gustare ogni giorno o da preparare secondo le ricette più elaborate della tradizione. I più fedeli alla regola preparano “le bottiglie” nel mese di agosto, ma c’è anche chi si attarda e sfora nei primi giorni di settembre. Ma in cosa consiste la preparazione delle “bottiglie” che riunisce famiglie intere, specialmente nei giorni liberi dal lavoro? Si usa principalmente il pomodoro a pera (o altre varietà locali), lavorato con passapomodoro, imbottigliato e bollito in grandi calderoni (callare) per la pastorizzazione. Innanzitutto, è fondamentale la scelta dei pomodori maturi, solitamente di tipo a pera. I pomodori vengono lavati, tagliati e spesso fatti scolare per eliminare l'acqua in eccesso. Poi avviene il passaggio dei pomodori nella macchinetta (talvolta la stessa da generazioni). Il riempimento delle bottiglie di vetro con la passata fresca è immediato e le bottiglie o i barattoli tappati con energia. Ma per sigillare davvero i contenitori, si fanno bollire per una mezz’oretta, lasciando riposare il vetro nell’acqua, fino a che questa non diventa fredda. Le bottiglie infatti vengono avvolte in panni (per non romperle) e bollite in un grande pentolone (la callara) per circa 40 minuti dal bollore. Infine, vengono lasciate a raffreddare all'interno dell'acqua, garantendo il sottovuoto per mesi. Il calderone in rame è lo strumento tradizionale, oggi spesso sostituito da pentoloni in alluminio. Oltre alla passata, si preparano anche i "pomodori a pezzettoni" chiusi in barattoli di vetro, con stessa procedura, ma senza il passaggio al passapomodoro. La tradizione si basa sul riutilizzo di bottiglie in vetro, simbolo di un'economia circolare e familiare che unisce le generazioni. Descritta così, la preparazione della salsa sembra un’operazione rapida e semplice. In realtà si tratta di una procedura lenta e complessa, in cui vengono coinvolti tutti i membri della famiglia - e non solo - ereditata dalla tradizione più fedele.

Tra i giochi tradizionali, non dimentichiamo il gioco della fossetta (spesso definito in dialetto locale a la fusetta o ...
02/06/2026

Tra i giochi tradizionali, non dimentichiamo il gioco della fossetta (spesso definito in dialetto locale a la fusetta o tropa) è un antichissimo gioco tradizionale abruzzese, diffuso nelle aree rurali e agro-pastorali, che risale per tradizione al mondo romano. È un gioco di abilità e precisione che ha segnato l'infanzia di molte generazioni passate.
Origini e Tradizione in Abruzzo. Il gioco è noto fin dall'epoca romana, citato anche da Ovidio nel suo poemetto La noce, in cui viene descritta la tecnica per centrare una piccola buca scavata nel terreno.
In Abruzzo, la fossetta era un passatempo popolare molto diffuso tra i ragazzi, praticato con materiali poveri e di recupero in mezzo alle strade, nei vicoli o nell'aia.
Oltre all'utilizzo di noci, venivano spesso usati gli astragali (ossi di pecora), tipici della tradizione pastorale.
Come si gioca
Si scava una piccola buca (la fossetta) nel terreno o si utilizza un foro naturale nei lastricati.
L'obiettivo del gioco è far entrare, lanciando da una certa distanza, noci, sassolini o sferette all'interno della buca.
Spesso il gioco prevedeva una sequenza di fossette a diverse distanze, similmente a un percorso di golf, con l'ultima buca solitamente più grande. A volte, invece della buca, si doveva centrare la stretta bocca di un orcio di terracotta. Testimonia la creatività dei fanciulli passati, capaci di divertirsi con elementi naturali.
Il gioco viene talvolta riproposto in manifestazioni folcloristiche per conservare la memoria dell'Abruzzo contadino.

L'albero della cuccagna è un classico gioco popolare diffuso anche in Abruzzo, spesso inserito nel contesto delle feste di piazza, patronali o durante il periodo di carnevale.
Ecco i dettagli principali di questa tradizione:
• Il Gioco: Consiste nell'arrampicarsi su un alto palo di legno (tronco), solitamente levigato e cosparso di grasso, sapone o sego per rendere la salita estremamente scivolosa e difficile.
• I Premi: Sulla cima del palo vengono appesi vari premi, solitamente prodotti alimentari tipici come salami, salsicce, formaggi, prosciutti e talvolta vino.
• Lo Scopo: I partecipanti (spesso a squadre) devono cercare di raggiungere la sommità per conquistare i premi. È un gioco che richiede forza, abilità e lavoro di squadra.
• Significato: Affonda le sue radici nei culti pagani della fertilità e dell'abbondanza, celebrando la nuova stagione e la generosità della terra.
• Evoluzione: Oggi è considerato un vero e proprio sport, riconosciuto dal CONI, con tanto di campionati nazionali organizzati da associazioni dedicate.
In Abruzzo, come in altre parti d'Italia, l'albero della cuccagna rappresenta un momento di festa paesana, unione e sfida tra giovani (e meno giovani) del posto.

la fionda
In Abruzzo, la fionda (spesso chiamata frizze in dialetto) è legata alla tradizione dei giochi fanciulleschi di strada.
Ecco i punti chiave sui giochi con la fionda in Abruzzo:
L'Abruzzo vanta atleti di livello nazionale nel tiro alla fionda. Michele Fiordi, per esempio, si è distinto conquistando il primo posto nel Campionato Italiano di Tiro con la Fionda.
Storicamente, la fionda era un giocattolo costruito artigianalmente dai bambini con un ramo biforcuto (forcella) ed elastici, utilizzato per testare la mira lanciando pietre, spesso nell'ambito dei giochi di strada descritti anche nei murales di Azzinano di Tossicia.
Oltre all'aspetto ludico infantile, il tiro alla fionda è riconosciuto come sport tradizionale che promuove la destrezza e la precisione.
Oltre alla fionda, la tradizione ludica abruzzese comprende altri giochi storici come lo St****io (simile alle bocce, popolare nel Chietino), la corsa col cerchio, la doga e i carretti con cuscinetti a sfera.

LA PISTA SULLA SABBIA
Quando noi bambini nati negli anni ’70/80 eravamo in spiaggia al mare passavamo intere giornate a costruire piste di sabbia e a giocare con le palline di plastica, metà colorate e metà trasparenti, al cui interno erano inserite le facce dei ciclisti di quegli anni oppure (ma molto più raramente) le macchine di formula 1 o i piloti. Queste palline erano presenti fin dagli anni 50 a far divertire i piccoli clienti degli stabilimenti balneari.
Le palline venivano vendute in retine di plastica colorate. Le trovavi sia al mare, sia dai tabaccai delle città.
Il gioco poteva essere giocato in quanti si vuole.
La preparazione della pista sulla sabbia poteva anche durare alcune ore. Si partiva scegliendo il più piccolo del gruppo che si metteva in posizione e veniva trascinato per le gambe lasciando con il sedere il solco che sarebbe divenuta la futura pista. Da questo primo solco si passava a consolidarlo con l’acqua per rendere la sabbia dura. Altrimenti c'era (in mancanza di spazio sulla sabbia asciutta) l'opzione bagnasciuga. Qui non serviva il "tracciapista", generalmente la pista veniva fatta direttamente modellando con le mani la sabbia bagnata. E da qui iniziava la creatività. Si costruivano curve paraboliche con i bordi molto alti, ponti e gallerie, salite e discese, dossi e collinette fino alla buca piena di acqua col pontile stretto (ma questo era per i più esperti).
Un ponte e un tunnel non potevano mancare mai il resto dipendeva da quanto tempo si aveva per la preparazione e la partita.
Finito tutto il lavoro di preparazione ognuno mette in gioco le proprie biglie e si parte col gran premio.... il quale finisce o dopo un numero di giri prestabilito oppure con altre varianti stabilite al momento.
Era lecito anche tagliare le curve o saltare gli ostacoli purchè la pallina nel suo atterrare rimanesse comunque all'interno della pista. Questi erano o tiri da campioni o testimonianze di un incommensurabile fattore C.
Di solito il vincitore riceveva le palline perdenti dagli altri giocatori e ognuno di noi ne aveva almeno una decina e giocava sempre con la preferita ma per pagare i debiti di gioco aveva le altre.
Dopo cena, per restare allenati, partitella a BILIARDINO. Ma questa... è un'altra storia.... che merita un altro post...

Ed ecco un'altra rapida carrellata di giochi tradizionali, quasi dimenticati:Carretto legno – corsaLa corsa con i carret...
31/05/2026

Ed ecco un'altra rapida carrellata di giochi tradizionali, quasi dimenticati:

Carretto legno – corsa

La corsa con i carretti di legno è una tradizione popolare abruzzese ed italiana profondamente radicata, che affonda le sue radici nel secondo dopoguerra, quando i bambini e i giovani costruivano artigianalmente i propri mezzi di trasporto per divertirsi lungo le discese dei paesi.
Ecco i punti chiave della storia e dell'evoluzione di questa disciplina:
I primi "carioli" o carretti erano costruiti con materiali di recupero: assi di legno, tavole e, elemento fondamentale, cuscinetti a sfera (spesso dismessi o residuati bellici) che fungevano da ruote.
Erano veicoli estremamente semplici, talvolta con un asse anteriore girevole comandato da due cordini, ideati per le strade tortuose e in pendenza dei borghi.
È nata come un passatempo goliardico, diventando presto una sfida tra rioni o frazioni, specialmente nel periodo post-bellico.

Biglie
In Abruzzo, come in molte altre parti d'Italia, il gioco delle biglie (spesso chiamate palline o cocci) ha radici profonde nella tradizione popolare, animando le strade e i cortili dei paesi, specialmente in passato.
Ecco i principali giochi tradizionali con le biglie in Abruzzo e contesti simili:
La "Fossetta" (o Caccio): Un gioco classico consisteva nello scavare una piccola buca (la fossetta o caccio) nel terreno. L'obiettivo era lanciare le biglie da una certa distanza per farle entrare nella buca o colpire quelle degli avversari per conquistarle. Il "cacciatore" era colui che riusciva a infilare la biglia, mentre chi non ci riusciva era definito in termini dialettali come "alliviotto".
Giochi con le Noci: Oltre alle classiche biglie di vetro striato o porcellana, una variante molto diffusa nelle zone rurali abruzzesi prevedeva l'uso delle noci al posto delle palline.
Il gioco del "Santill": Un altro gioco tradizionale abruzzese descritto prevede il posizionamento di monete sopra un pezzo di mattone verticale. I giocatori dovevano colpire e far cadere le monete lanciando un pezzetto di terracotta.
"Ellò, pizzellò": Un'espressione tipica usata durante il gioco delle biglie, spesso gridata per indicare l'ultimo a lanciare, definendo l'ordine di gioco.
Questi giochi rappresentavano un momento di socializzazione fondamentale, dove le regole venivano tramandate oralmente e ogni paese poteva avere le sue varianti, adattandosi alla terra battuta delle strade o agli spazi disponibili.

Campana

Il gioco della campana, diffuso in Abruzzo come in tutta Italia, è un passatempo tradizionale all'aperto che consiste nel saltellare su una gamba sola all'interno di un percorso numerato disegnato col gesso (da 1 a 10), lanciando un sasso per avanzare tra le caselle senza toccare le linee. Sviluppa equilibrio e coordinazione, spesso noto come "mondo" o "settimana".
Ecco i dettagli principali del gioco tradizionale:
Si disegna a terra una griglia di caselle (spesso a forma di croce o campana) numerate da 1 a 10.
Il giocatore lancia un sassolino nella casella 1 e percorre la campana saltellando su un piede solo, saltando la casella col sasso.
Al ritorno, si recupera il sasso, si completa il percorso e si passa alla casella 2.
Se il sasso non entra nel riquadro, tocca le linee o il giocatore perde l'equilibrio, il turno passa.
Il gioco ha origini antiche, riconducibili all'epoca romana ("Claudii iocus" o gioco dello zoppo) ed è uno dei passatempi genuini più comuni nei cortili abruzzesi del passato.

Corsa sacchi

La corsa dei sacchi è un classico gioco tradizionale e popolare, spesso protagonista di feste di paese, sagre, carnevali e attività all'aperto.
Il gioco nasce dalla tradizione rurale, utilizzando i classici sacchi di iuta che venivano impiegati per il contenimento di patate, cereali o sementi.
I partecipanti infilano le gambe all'interno di un sacco di iuta, tenendolo con le mani all'altezza della vita.
Al segnale di "via", i concorrenti devono avanzare verso la linea del traguardo saltando a piedi uniti, proprio come canguri.
È necessario mantenere l'equilibrio per evitare di cadere. Se un giocatore cade, può riprendere la gara dal punto in cui è interrotta. Vince chi taglia per primo il traguardo.
Una variante popolare prevede una corsa a staffetta: i giocatori saltano fino a una collinetta o punto prefissato, escono dal sacco, corrono indietro e passano il sacco al compagno successivo.
La corsa dei sacchi è amata per la sua semplicità, la capacità di unire sforzo fisico e risate, ed è adatta sia a bambini che ad adulti.

St****io
Delle pietre o delle piastrelle di coccio (le “voche”), delle monete ed un mattoncino rettangolare di 10 cm (per l’appunto lo st****io) bastano alla bisogna. Il giocatore di turno – posizionato dietro una linea ad una decina di metri dal bersaglio – lancia una pietra tentando di colpire lo st****io e far cadere la moneta che vi riposa sopra. Vince chi ci riesce. Semplicemente. La contesa, del gioco, è solitamente fra due squadre di tre o quattro persone; l’offesa è libera.

I giochi antichiASTRAGALOL’astragalo o talus, è un piccolo osso di forma cubica (o vagamente parallelepipeda), il primo ...
28/05/2026

I giochi antichi

ASTRAGALO

L’astragalo o talus, è un piccolo osso di forma cubica (o vagamente parallelepipeda), il primo dado utilizzato da tempo immemore. Gli astragali utilizzati a tal fine possono appartenere a diverse specie animali (bue, cervo, pecora/capra, maiale e cinghiale). Diversi studi hanno dimostrato che si giocava in genere con quattro astragali di cui ogni faccia dell’osso aveva un nome proprio e un diverso valore stabilito in relazione alla frequenza di caduta. Una volta lanciati potevano sortire trentacinque combinazioni diverse, alla stessa stregua del dado a sei facce; la combinazione più alta era il cosiddetto “colpo di Venere” basilieus o jactus Veneris =14 1+3+4+6, in cui i quattro astragali si presentavano ognuno con una faccia diversa. Il lancio degli astragali con le sue diverse probabilità poteva quindi prestarsi anche a un uso di tipo oracolare.
Questo gioco era praticato soprattutto dalle donne e poteva aver luogo dovunque e in ogni circostanza; non vi era convito che non finisse con questo divertimento, praticato quasi come un rito al pari di quello in cui, al termine della fanciullezza o della adolescenza, i ragazzi, che ne ricevevano pure in premio a scuola, offrivano astragali agli dei. L’aliosso di pecora, montone o capra, materia prima facilmente a portata di mano per il gioco, ha una forma cuboide e presenta quattro facce di forma differente (una piana, una convessa, una concava, una irregolare) alle quali veniva attribuito un valore diverso: 1, 3, 4, 6. Tale valore, forse derivato dal gioco dei dadi, sicuramente molto più tardo, vedeva l’1 opposto al 6 e il 3 opposto al 4.

Tre erano i tipi fondamentali di giochi tra cui potevano scegliere:
1) la tropa (cioè la fossetta);
2) l’omilla;
3) i pentelitha (cioè i cinque sassi).

RUZZOLA – TURBO
Il gioco, probabilmente, era praticato già dagli antichi Etruschi: nella tomba dell'Olimpiade della Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia è raffigurato il cosiddetto discobolo o lanciatore.
La ruzzola è un antico gioco popolare, diffuso in Abruzzo e centro Italia, che consiste nel lanciare un disco di legno (o una forma di formaggio) avvolto da uno spago, facendolo rotolare il più lontano possibile lungo strade o sentieri. È un disco in legno duro di diametro variabile (più piccolo rispetto al "ruzzolone"). Si avvolge una cordicella (spago) attorno al disco e lo si lancia con forza, srotolando la corda per imprimergli velocità e rotazione. L'obiettivo è coprire la distanza maggiore o raggiungere un traguardo con il minor numero di lanci, seguendo percorsi che spesso presentano curve e pendenze (chiamati treppi).

GIOCHI DI STRADA
I giochi antichi abruzzesi, radicati nella tradizione contadina, animavano piazze e aie con materiali semplici come sassi, monete e zucche. Tra i più noti spiccano A 'ppìccicamure (lancio di monete al muro), il Santill (lancio di terrecotte su monete) e il Cocuzzaro. Questi giochi rappresentavano un momento di socializzazione fondamentale, spesso legati a festività patronali.
Ecco alcuni dei giochi tradizionali abruzzesi più diffusi:
• A 'ppìccicamure (o accanduscià): Gioco diffuso durante le feste patronali, consisteva nel lanciare monete contro un muro, cercando di farle fermare il più vicino possibile alla parete per vincere quelle degli avversari.
• Santill: Si posizionavano monete su un pezzo di mattone verticale e i giocatori dovevano colpirlo con un pezzetto di terracotta per far cadere e vincere le monete.
• Il Cocuzzaro (o Cococciara): Un gioco di cerchio in cui ai partecipanti veniva assegnato un numero. Il "capo" recitava una filastrocca sulle zucche ("cocuzze") chiamando i numeri. Chi non rispondeva prontamente pagava pegno.
• Il Cucco: Gioco di carte tipico, svolto con un mazzo da 40 tessere, simile a giochi di scambio vite.
• Morra: Antico gioco da osteria che consisteva nell'indovinare la somma delle dita mostrate da due giocatori, spesso accompagnato da grida e bevute.
• Giochi di imitazione: Molto comuni erano la creazione di miniautre di carretti, carriole o utensili, specchio della vita adulta.
Queste attività, quasi scomparse, sopravvivono spesso grazie alla memoria storica e talvolta riproposte durante eventi culturali e borghi.

Facciamo ora un salto nel tempo e torniamo alle origini della nostra terra. I giochi e gli attrezzi per giocare fanno pa...
26/05/2026

Facciamo ora un salto nel tempo e torniamo alle origini della nostra terra. I giochi e gli attrezzi per giocare fanno parte della tradizione e della cultura delle civiltà antiche, moderne e contemporanee. Grazie agli importanti scavi archeologici e alle preziose fonti letterarie ed artistiche, siamo venuti a conoscenza di giochi e di giocattoli che il mondo antico, dai Sumeri agli Egizi, dai Greci ai Romani, ha creato e prodotto.
Rimaniamo colpiti dalle molte gustose raffigurazioni di bambini che giocano a mosca cieca, a nascondino, mentre corrono o si azzuffano tra di loro, oppure intenti al gioco delle noci o a quello degli astragali (simili ai dadi), che troviamo nella scultura, nella pittura, nella ceramica, nelle decorazioni delle tombe di tutte le civiltà antiche. Il gioco infantile di allora si basava soprattutto su elementi semplici che forniva la natura come l’acqua, la terra, la sabbia, i sassi. I reperti archeologi ci permettono di affermare che i primi veri giocattoli riproducevano armi ed aratri, che simboleggiano le due attività principali delle primitive popolazioni (la guerra e l'agricoltura), oppure oggetti di uso quotidiano, realizzati in miniatura ed in forme più primitive. Il gioco, secondo lo psicologo svizzero Piaget, è l'attività principale del bambino per lo sviluppo cognitivo e l'imitazione. Quest'ultima inizia come imitazione di suoni. Il gioco inizialmente è gioco di esercizio. Di tutte le attività ludiche infantili abbiamo dei precisi riferimenti artistici. Rimaniamo colpiti dalle molte gustose raffigurazioni di bambini che giocano a moscacieca, a nascondino, mentre corrono o si azzuffano tra di loro, oppure intenti al gioco delle noci o a quello degli astragali (simili ai dadi), che troviamo nella scultura, nella pittura, nella ceramica, nelle decorazioni delle tombe di tutte le civiltà antiche. Le noci avevano un significato particolare: si diceva "non giochiamo più al gioco delle noci" per indicare l'abbandono dell'infanzia per entrare nella vita adulta; invece, l'astragalo, (inteso come ossicino del tarso su cui poggiano la tibia e il perone, in questo caso veniva scelto quello delle pecore e di tutti gli ovini), usato come un dado, era considerato quasi un simbolo dell'infanzia.
Noci, sassolini o della semplice creta potevano trasformarsi in un grande divertimento! Con un po’ di fantasia e di manualità evadevano e imitavano gli adulti. Fantasia e creatività. Due elementi più che necessari per crescere e andare avanti nella vita, che sono alla base di un metodo educativo unico.
La vita di un bambino nell’antichità era per certi aspetti simile a quella di un fanciullo dei giorni nostri. Anche lui andava a scuola, aveva dei giocattoli e si rapportava con i suoi coetanei. Molto simili anche l’età in cui iniziava ad andare a scuola e la divisione dei periodi della sua vita a seconda dello sviluppo fisico. Appena dopo la nascita il bambino veniva lavato e riconosciuto dal padre (se non riconosciuto veniva abbandonato). A distanza di nove giorni per i maschi e di otto per le femmine, si teneva il dies lustricus (una sorta di battesimo), durante il quale il fanciullo veniva purificato con dell’acqua e veniva ornato di bulla, collana di origine etrusca, in oro o cuoio (a seconda delle condizioni economiche della famiglia) che proteggeva il bambino dal malocchio e rappresentava la libertà del fanciullo. Al momento della morte la collana era compresa nel corredo funerario (di solito in quello maschile, in quello femminile troviamo per lo più oggetti legati all’infanzia della donna, come le bambole).

Indirizzo

Salita Scalette 5
Farindola
65010

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