07/04/2026
Storie di uomini, dei e banchetti
Zuppa di farro e legumi alle erbe selvatiche
Nelle campagne che circondano l’antica Vulci, dove gli Etruschi pregavano le divinità nei templi di tufo e il fumo dei focolari si alzava al tramonto, c’era un’usanza semplice e sacra: condividere ciò che si aveva.
Per questa zuppa, si cominciava bussando alle capanne vicine, proponendo scambi in natura. Un pugno di farro in cambio di una manciata di cicerchie dell’amico Velio, noto per i suoi raccolti generosi e per essere discendente dei sacerdoti di Uni. Dai campi verso il lago di Bolsena, arrivavano ceci neri, misteriosi come le tombe dipinte della Necropoli dell’Osteria, e poi lenticchie, fave e piselli secchi, che le donne conservavano in anfore sigillate.
Una volta radunati tutti i legumi — cannellini di Ponzio, fagioli screziati, ceci dorati — li si metteva a bagno al calar del sole, quando le stelle iniziavano a riflettersi nei canali che un tempo irrigavano i giardini dei Lucumoni.
Il giorno seguente, al primo canto degli uccelli, si accendeva il fuoco. In un tegame di terracotta si faceva soffriggere un trito di aglio, cipolla, ramerino, timo, origano fresco, alloro e gugulestro raccolto lungo le rive del Fiora, insieme a carote e sedano tagliati a coltello.
I legumi, scolati con cura, venivano aggiunti al soffritto, poi sfumati con un goccio di vino rosso, magari quello prodotto nei vigneti dove un tempo camminavano gli ambasciatori di Roma. Si versava poco a poco brodo vegetale, e si insaporiva con sale, pepe, ginepro e coriandolo pestato nel mortaio.
A metà cottura si univa il farro, cereale sacro agli antenati, usato nei banchetti rituali e nelle offerte votive. La zuppa cuoceva lentamente, col vapore che saliva profumato, mentre fuori il vento sussurrava i segreti delle tombe etrusche.
E quando infine si versava nei piatti di coccio, non era solo un pasto: era memoria, terra, storia — era Vulci che riviveva nel profumo di ogni cucchiaio.
Vulci fu una delle più potenti città-stato etrusche, fiorita tra il IX e il III secolo a.C. Sorgeva lungo il fiume Fiora, nel cuore della Maremma laziale, e si distingueva per la sua raffinata arte funeraria, il commercio florido e la maestria nella lavorazione dei metalli e della ceramica.
Proprio qui sono state ritrovate alcune delle tombe più celebri del mondo etrusco, come la Tomba François, famosa per i suoi affreschi epici che raccontano leggende e storie mitologiche, la Tomba dei Tori, decorata con scene sacre e simboli arcaici e tante altre.
Vulci intratteneva rapporti commerciali con Greci e Fenici, e nei suoi mercati si scambiavano spezie, vino, tessuti e anfore pregiate. Ogni piatto preparato con farro, legumi ed erbe aromatiche richiama i sapori semplici ma profondi di una civiltà che ha lasciato tracce indelebili nella nostra cultura gastronomica e spirituale.
Oggi, visitare Vulci significa camminare tra i resti di templi, mura e ponti millenari, ascoltando il silenzio del passato che ancora parla tra le pietre.