12/06/2026
ROMA
Le avventure, le esperienze, i viaggi andrebbero descritti e fermati nell’immediatezza, non c’è dubbio, altrimenti si rischiano di perdere le emozioni a caldo e di veder svanire tanti piccoli dettagli. Ma quando si parla di una città come Roma è quasi inutile. Roma, Roma è il tipico posto che tutti pensano di conoscere – me compresa – perché magari ci sono stati più di una volta, ma spesso si tratta di una conoscenza illusoria. In passato l’ho frequentata tanto sia per lavoro che per altri motivi: ho partecipato a più di una mostra a Villa Borghese, avevo un caro amico che stava a Trastevere e che andavo a trovare spesso, e a volte ho fatto delle rapide scappate per qualche acquisto in case private o per puro piacere. Eppure, mai come in questo breve viaggio primaverile mi sono resa conto che è impossibile abbracciare Roma, se non ci vivi. E’ talmente grande, talmente varia, talmente f***a di gente, di scorci e dettagli, di storia e di storie che tutto ciò che riesci a trattenere sono dei frammenti, dei pezzi che si incastrano in un mosaico che non sarà mai completo. Quello che è rimasto dei miei tre giorni a Roma – e che credo resterà a lungo nella mia memoria – è la piccola storia di oggi, da condividere con voi.
Frammento N°1 – Il Colosseo
Sembra un classico, vero? Si va a Roma a vedere il Colosseo. Un tempo, forse, ma oggi non è così semplice. Ottenere i biglietti per visitare il Colosseo è diventata un’impresa da non tentare se avete i nervi fragili, eppure in qualche modo ce l’abbiamo fatta. Quello che resta non è tanto la monumentalità né l’immaginario hollywoodiano che ti fa vedere i leoni, i gladiatori, i martiri cristiani e l’imperatore con il pollice dritto o il pollice verso, ma il calore del sole sulle pietre, uguale nei secoli, il vento che soffia fresco tra gli archi e quel lento, ipnotico girare intorno all’anello della cavea insieme a centinaia di altri pellegrini, immersi nella meraviglia e nei propri pensieri, come in un gigantesco rito collettivo.
Frammento N°2 – La Galleria Doria Pamphilj
Anche lei ce la siamo duramente conquistata. Il centro della città era bloccato dal giro d’Italia, e raggiungerla è stata un’odissea che non vi racconterò, perché dei viaggi alla fine resta solo il bello, e gli inconvenienti che lì per lì ti hanno fatto ve**re il malumore nel ricordo si trasformano in risate. Appena varcati i cancelli, dal caos di via del Corso si entra veramente in un altro mondo. Il cortile quieto con le piante d’arancio e la fontana silenziosa e fresca, la sala da ballo, i preziosi velluti genovesi, i mostri marini… lo splendore di Roma in un palazzo privato, con gli specchi che riflettono all’infinito una pinacoteca rimasta intatta da quasi quattro secoli… e alla fine di tanta bellezza, l’immagine rubata da una porta semi aperta della vasca da bagno di Mary Talbot, l’aristocratica inglese che incontrò il suo principe Filippo Doria Pamphilj durante la cerimonia d’incoronazione della regina Vittoria, e che fu tanto amata dal popolo romano per la sua eleganza e per le sue opere benefiche. Un sogno per chiunque, un salottino pompeiano con uno specchio centrale d’acqua color giada, ancora vissuto, ancora abitato, come in una fiaba.
Frammento N° 3 – La Basilica di Sant’Agostino
San Luigi dei Francesi con i suoi celeberrimi quadri di Caravaggio la conosco bene, e certo non ti lascia indifferente… ma la Basilica di Sant’Agostino? La chiesa ufficiale delle cortigiane che accoglie le donne perdute e quasi le celebra, con quella commovente Madonna del Parto che proprio una madonna non è, perché pare che il Sansovino l’abbia realizzata partendo dai resti di una statua romana, e che ancora, circondata da fiocchi azzurri e rosa, dopo secoli raccoglie le preghiere e i ringraziamenti delle partorienti di Roma, quella chiesa ci ha lasciate tutte in silenzio e a bocca aperta. Soprattutto quando attraversi la navata, illumini una nicchia e si rivela la stupefacente Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, così umana e ieratica allo stesso tempo, che accoglie due vecchi stanchi dal viaggio e coperti di polvere, proprio come noi, proprio come tutti noi quando arriviamo alla fine del nostro vagare. E’ tutto così umano in quella basilica, il parto, le cortigiane, i pellegrini e la stessa modella di Caravaggio, una celebre pr******ta del tempo, che sacro e profano si confondono e il divino lo percepisci a due passi da te. Eravamo dieci donne e non volava una mosca.
Frammento N° 4 – L’isola Tiberina
E’ stato il nostro saluto a Roma, e mi sembrava di essere a Parigi, sull’Ile Saint-Louis, a fare la coda per un’inutile gelato da Berthillon – a Firenze sono molto più buoni 😉 – in una giornata primaverile altrettanto incantata. Dalla prua della barca di Esculapio – una delle tante leggende tra storia e fantasia in cui a Roma si inciampa ogni tre passi – ci siamo congedate da questa città faticosa, splendida e soprattutto inconoscibile tra il fruscio dell’acqua, lo stormire delle fronde verdi e il rimbombo del cannone sul Gianicolo. E’ stato un arrivederci perfetto.
Frammento N°5 – Porta Portese
L’ho lasciato per ultimo, perché qui si esce dalla poesia e si entra nella mia sfera pubblica, quella del lavoro. Da tanti anni ormai il mercato di Porta Portese non è più quello di un tempo, quello dei robivecchi che scaricano all’alba e dai quali si può sognare di concludere un affare che ti farà brillare gli occhi, quindi non mi sono sorpresa di trovare un’infinita distesa di banchi di vestiti, scarpe, borse e bigiotteria dozzinale spacciata da mercanti di tutte le razze che si possano immaginare. Però, però… la caccia quando è difficile può essere anche più divertente. A guardare bene, ad allungare gli occhi, ancora qualcosa si trova: piccoli angoli gestiti da nord africani che recuperano gli scarti o da vecchie volpi dell’antiquariato sulla breccia da sempre, con i quali non è difficile trovare un linguaggio comune. E quindi, come al solito qualcosa ho portato a casa… ma lo so che non avevate dubbi in merito 😆 Oggi vi faccio vedere soltanto l’oggetto più divertente e insolito, quello che apre la carrellata di fotografie: è un “barometro” di porcellana a forma di asino, prodotto in Giappone intorno agli anni ’30 per il mercato estero. Ho scritto barometro tra virgolette perché è evidente che si tratta di uno scherzo, di un oggetto inventato per strappare una risata. Dal posteriore dell’asino spunta infatti una piccola coda di spago, e le istruzioni in inglese ci spiegano come adoperarla:
Se la coda è secca, bel tempo
Se è bagnata, piove
Se si muove, tira vento
Se non si riesce a vederla, c’è nebbia
Se è gelata, fa freddo
Se cade, c’è un terremoto in corso…
Io l’ho trovato adorabile, ed è miracoloso che sia arrivato fino a qui – viaggio in treno compreso – senza neanche una sbeccatura. E’ alto cm 13 ed è in vendita ad € 70,00 di puro divertimento, solo per persone spiritose che amano questo genere di “trinkets”, che detto in inglese suona decisamente meglio di “aggeggi” 😆
Il mio “reportage” finisce qui, un po’ in ritardo ma ve lo dovevo, e soprattutto lo dovevo alle mie compagne d’avventura e a Cristina che compiva gli anni e ci ha coinvolto in quest’ennesima avventura… grazie quindi a Daniela, Lorenza, Lucia, Paola, Silvana, Quirina e in particolar modo a Elena che ci ha supportato e sopportato oltre l’umana pazienza 😇😄… siete state tutte fantastiche, ognuna con il suo stile personale, e per merito vostro questi frammenti di Roma me il porterò sempre nel cuore!
Buon fine settimana, amici miei, un abbraccio a tutti! 🤗❤
P.S. Un bonus speciale nell’ultima foto… notate lo sguardo di sconforto sul bus domenicale strapieno 😂😂