10/10/2026
Nel 2024 Daniele Kihlgren mi scrisse per parlare. Tra un impegno e l’altro quella conversazione è rimasta purtroppo in sospeso. Il 7 ottobre se n’è andato, a sessant’anni, e oggi rileggo il suo messaggio con un certo rammarico.
Il suo lavoro lo conoscevo già, da molto prima di quelle righe. Santo Stefano di Sessanio, borgo medievale ai piedi del Gran Sasso, negli anni’90 era quasi disabitato.
Daniele ha scelto di non trasformarlo nella solita meta turistica. Ha fatto l’opposto: ha adattato l’ospitalità al luogo.
Nessun nuovo volume, solo materiali locali e conservazione stratificata e riconversione di stalle, case dei contadini, con le tracce del passato lasciate volutamente a vista. L’artigianato locale (tessitura, biancheria, cucina) non era decorazione, ma l’ossatura stessa del progetto.
L’albergo diffuso Sextantio non stava accanto al paese: era il paese. Le strutture ricettive, mi scriveva, da una erano diventate ventitré.
Nel suo messaggio c’era anche un’amarezza lucida.
A Santo Stefano era stato proprio il denaro pubblico a ferire ciò che rende unico un borgo: la continuità tra pietre e paesaggio.
Ricordava la scuola costruita negli anni’70 con i fondi della Cassa del Mezzogiorno (in un paese dove da dieci anni non nascevano bambini), oggi abbandonata. Nel 2024 si parlava ancora di abbatterla per costruire un nuovo municipio per 120 abitanti, quando quello storico era nato per servirne 1200.
La sua posizione era netta: se c’è un bisogno pubblico si restaurano gli edifici storici senza inquinarli con interventi contemporanei di scarso valore.
Ma soprattutto, la tutela del patrimonio storico minore deve diventare prioritaria. Unire il costruito al paesaggio sotto un unico vincolo protegge la nostra cultura e genera valore economico reale.
Nato in una famiglia che aveva fatto fortuna con il cemento, aveva scelto di non costruire e di tutelare ciò che c’era già, vent’anni prima che iniziassimo tutti a parlare di rigenerazione e autenticità.
Oggi che Daniele non c’è più, rimangono i suoi luoghi a ricordarci che proteggere la bellezza di questo Paese non significa trasformarla in una vetrina, ma imparare di nuovo ad abitarla.