15/07/2026
- Tutte le signore del mondo diplomatico, tutte le attrici e le beauties dell'alta società comunista, le mogli dei commissari del popolo, degli altri funzionari, dei generali sovietici occorrevano e si affollavano intorno alle reti per vederlo giocare.
Karakhan aveva qualcosa della belva quando si lanciava sul tappeto di sabbia rossa, quando allungava o piegava il braccio, quando faceva scattare il polso, vibrava il colpo. Giocava soltanto con p***e da tennis che egli si faceva mandare da Londra. Diceva, sorridendo come per scusarsi, che le p***e da tennis sovietiche erano poco elastiche. "In Russia" aggiungeva "tutto ciò che tocca terra non rimbalza" e voleva forse dire che non si risolleva. Poi si voltava, sorridendo, a Lady Ovey e, con quella sua sorridente insolenza, con quella sua noncuranza di uomo superiore, con un perfetto accento di Oxford diceva: "Marx non ha previsto la superiorità delle p***e da tennis inglesi su quelle sovietiche. Marx abitava in Soho, e nell'East End di Londra non si gioca a tennis, isn't It?".
Quei suoi discorsi, quei suoi bon mots, quei suoi propositi insolenti, a dire il vero, mi urtavano. Mi sarebbe piaciuto che anch'egli nutrisse un profondo disprezzo per l'Europa. Ero venuto a Mosca con la persuasione che fosse quella l'anti-Europa, o forse soltanto l'altra Europa, e mi accorgevo con dolore che tutta quella nobiltà sovietica nutriva per l'Europa un'ammirazione senza riserve. Anche a Mosca, come in ogni altra città di provincia di tutto il mondo, non si parlava che di Parigi, di Londra, di New York, di Berlino, di Vienna, dei teatri, dei cinema, dei ristoranti, dei night club di Parigi, di Londra, eccetera. Madame Schiaparelli, Lelong, Patou, Maggy Rouff, Molineux erano più celebri a Mosca che non Giraudoux, Paul Valéry o Claudel. Si parlava a Mosca molto più di Madame Schiaparelli che di Stalin. E non è a dire che fosse meno pericoloso parlare di Madame Schiaparellii che di Stalin.
In ogni modo, quel che mi urtava di Karakhan non era soltanto il suo snobismo, la sua ammirazione, il suo gusto per l'Europa, per la vita elegante d'Europa, ma soprattutto quella sua cinica, insolente, troppo ostentata, evoluta, così mi pareva, indipendenza di spirito. Avvertivo in quella sua indipendenza di spirito qualcosa di più profondo, di più amaro che una semplice insolenza, e ne soffrivo. 💭🎾 🩷🎾💭
La solitudine di quell'uomo e il senso di solitudine che gli dava il paesaggio mi colpirono stranamente. Mi aspettavo in Russia di trovare il tipo d'uomo comunista tutto caldo dell'amplesso delle masse proletarie. Un tipo nuovo di intellettuale, non avulso come in Europa dalla vita profonda, animale delle masse, ma tutto compenetrato di quella vita. E così lontano dalla solitudine dell'intellettuale d'Europa quanto almeno l'intellettuale d'Occidente è lontano dalla vita delle masse, dalla vita, direi, della specie.
Ed ecco che io vedevo davanti a me un tipo d'uomo che già conoscevo e che avevo già incontrato in Pushkin, in Gogol, in Dostoevskij soprattutto. L'uomo solitario che si compiace della sua solitudine come di un vizio forte, tutto dedito a quel particolare narcisismo slavo per cui l'uomo si compiace di sé, della propria abbiezione, della propria miseria, dei propri peccati e dell'aspetto più tipico della decadenza dell'antica società russa travolta dalla rivoluzione comunista.
"È bello, non è vero?" mi domandò la Semionowa guardandomi dentro lo specchio.... -
Eeeeeeh fan 1000 papaveri rossi raga.
E 20 papere.