06/05/2025
IL REGNO DI PROMESSOPOLI – CAPITOLO II: IL CAPO DELL’INFORMAZIONE
“Questa è una fiaba satirica, frutto di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.”
Nel Regno di Promessopoli, dopo il clamore per il sovrano dell’ascolto perduto, si profilava all’orizzonte una nuova e più subdola minaccia: il Capo dell’Informazione, instancabile cavaliere della parola parlata.
Il Capo dell’informazione, non governava alcuna contea, non sedeva nel Consiglio dei Nobili, non aveva né spada né vessillo. Eppure… parlava. Parlava sempre a favore del sovrano e della sua corte. Parlava ovunque, e ogni volta che lo faceva, il Regno si piegava un poco di più alla volontà del Sovrano Sindaco. Egli possedeva un potentissimo strumento magico: la Radiocassetta Eterna, un marchingegno incantato che trasmetteva in ogni casa, in ogni palazzo, perfino nei pozzi, sempre e solo una voce: la sua. Il Capo dell’informazione aveva una sola missione: trasformare ogni critica del suo sovrano in offesa verso gli avversari, ogni dubbio in eresia, ogni opposizione in nostalgia di un mondo che non doveva esistere. Ogni giorno, dopo l’oracolo del mattino, apriva le sue trasmissioni con il consueto incantesimo: “Popolo buono e devoto, vi parlo a nome della Verità. Non quella noiosa dei fatti, ma quella comoda del racconto. E ora: indigniamoci insieme!”
Quando i cittadini del regno — quelli abituati a pensare con la propria testa — sollevarono dubbi su una cerimonia divisiva che il re e la sua corte volevano a tutti i costi celebrare, ma che rischiava di spaccare il tranquillo regno in fazioni litigiose, il Capo dell’Informazione, vedendo i suoi protetti in pericolo e sempre più simili a tiranni agli occhi del popolo, non p***e tempo. Con voce stentorea e piena di virtù offesa, dichiarò: “Ricordare è un dovere! Anche se ricordiamo quel che vogliamo, come vogliamo, quando vogliamo! Chi si oppone… è contro la memoria stessa!”
E la Radiocassetta Eternamente Accesa cominciò a risuonare in tutte le taverne e case: “La minoranza vuole censurare il dolore! Non accetta la pluralità delle commemorazioni! Vergogna!”
Ma il popolo cominciava a sospettare. Qualcuno si chiedeva: “Com’è che ogni volta che il sovrano o qualcuno della sua corte inciampa, il Capo dell’informazione gli tende subito la mano?”
“E perché mai una radio, che dovrebbe far parlare tutti, si comporta come un tamburino di corte?”
E fu così che, nei sussurri dei vicoli e nelle battute dei cittadini, nacque una nuova canzone:
“Il Capo dell’Informazione
Con voce e dedizione
Racconta ogni azione
Come fosse una benedizione!
Ma se l’opposizione fiata,
Parte la mitragliata!”
Nel Palazzo del Sovrano, il Capo dell’informazione veniva lodato con applausi di velluto. Ma nel cuore di Promessopoli, sempre più cittadini cominciavano a desiderare qualcosa di diverso: un’informazione libera. E in quel silenzio di pensiero ritrovato, un vecchio saggio — che un tempo aveva diretto un giornale con carta vera — sussurrò: “La vera libertà non sta nel dire tutto… ma nel permettere anche agli altri di parlare.”
E mentre il Capo dell’informazione trasmetteva l’ennesimo editoriale in favore del re e della sua corte, nessuno si accorse che la Radiocassetta Eternamente Accesa cominciava a frusciare e perdere colpi. Forse, era il segnale che il sortilegio stava per rompersi.