13/01/2026
Di solito pensiamo agli ambienti come a qualcosa che ci circonda, e che al massimo ci piace o non ci piace. Come se fossero uno sfondo.
Nella pratica, però, uno spazio ci coinvolge molto più di così: luce, suoni, materiali, proporzioni, colori, possibilità di controllo, livello di complessità arrivano al sistema nervoso in continuazione e influenzano il modo in cui ci sentiamo e ci comportiamo, anche se non ce ne rendiamo conto.
La parte meno intuitiva è che non esiste una risposta uguale per tutti. A parità di stimoli, due persone possono avere reazioni opposte.
Lo stesso ambiente può aiutare la concentrazione di una persona e distrarre un’altra. Un ambiente ricco di stimoli può essere energizzante per un estroverso e sfiancante per un introverso. Quello che per una persona è giusto, per un’altra può essere troppo (invadente, irritante…), o troppo poco (piatto, noioso…).
Non perché uno abbia ragione e l’altro torto, ma perché cambiano soglie, filtri, storia personale e stato del momento: stress, stanchezza, carico mentale, sensibilità.
Ed è per questo che progettare con criteri uguali per tutti, secondo me, ha sempre meno senso.
Se vuoi che uno spazio funzioni, devi partire da chi lo abita e chiederti due cose: che stato vuoi sostenere (focus, calma, recupero, attivazione, socialità, privacy…) e con quali leve (quantità di stimoli, possibilità di modularli, chiarezza degli spazi, luce, acustica, colori, materiali, layout, prevedibilità, complessità…).
Oggi che abbiamo un’enorme quantità di strumenti e conoscenze a nostra disposizione, continuare a ignorare questi aspetti diventa una scelta difficile da giustificare. Perché progettare significa incidere sulla vita delle persone.